1515

  • 28 marzo, Gottarrendura presso Avila: nasce Teresa de Ahumada da Alonso Sanchez de Cepeda e Beatriz de Ahumada.
  • 4 aprile: riceve il battesimo nella Chiesa parrocchiale di san Giovanni.
    Lo stesso giorno viene inaugurato il monastero carmelitano dell’Incarnazione, che inizialmente era un “beaterio” e si pose poi sotto la Regola del Carmelo. Giunse ad avere fino a 200 monache.
  • Fratelli di Teresa:
    Figli di Catalina del Peso y Henao: Maria de Cepeda; Juan Sanchez de Cepeda.
    Figli di Beatriz de Ahumada: Hernando, Rodrigo, (Teresa), Juan, Lorenzo, Antonio, Pedro, Jerónimo, Agostín, Jua­na.

 

1522 - 1523

  • Fin da piccola, Teresa legge le vite dei santi, ma anche romanzi cavallereschi.
  • Avila - Teresa col fratello Rodrigo, compagno dei suoi fervori infantili, fugge da casa alla ricerca del martirio, ma viene presto ritrovata e ricondotta a casa da uno zio.
    Lei stessa racconta come viveva in quel periodo e accenna ai propri desideri di martirio:

«I miei fratelli, dunque, non mi intralciavano in nulla per distogliermi dal servire Dio. Ne avevo uno quasi della mia età, con il quale mi mettevo spesso a leggere le vite dei santi; era quello che più amavo, sebbene provassi grande amore per tutti, come tutti lo provavano per me. Nel vedere i martiri che le sante avevano sofferto per Dio, mi sembrava che comprassero molto a buon mercato la grazia di andare a godere di lui, e desideravo ardentemente morire anch’io come loro, non già per l’amore che mi sembrava di portargli, ma per godere presto dei grandi beni che leggevo esservi in cielo. E stando insieme con questo mio fratello, entrambi cercavamo di scoprire che mezzo potesse esserci a tal fine. Progettavamo, così, di andarcene nella terra dei mori, a mendicare per amore di Dio, nella speranza che là ci decapitassero. Credo che il Signore ci avrebbe dato il coraggio, in così tenera età, di attuare il nostro desiderio, se ne avessimo avuto i mezzi, senonché l’aver genitori ci sembrava il più grande ostacolo. Ci impressionava molto nelle nostre letture l’affermazione che pe­na e gloria sarebbero durate per sempre. Ci accadeva, pertanto, di passare molto tempo a parlare di quest’argomento e godevamo di ripetere molte volte: sempre, sempre, sempre! Nel pronunciare a lungo tale parola, piacque al Signore che mi restasse impresso nell’anima, fin dall’infanzia, il cammi­no della verità.
Da quando capii che era impossibile andare dove mi uccidessero per il mio Dio, decidemmo, con mio fratello, di fare gli eremiti; e in un grande orto della casa ci adoperavamo, come potevamo, a co­struire eremi, servendoci di piccole pietre, che poi cadevano a terra. E così non trovavamo nessun espediente che fosse di aiuto al nostro desiderio; ora mi sento piena di devozione pensando come Dio mi avesse concesso così presto ciò che ebbi poi a perdere per colpa mia»
(V 1,4-5).

 

1528

  • Muore Donna Beatriz, madre di Teresa.
    Teresa si affida alla guida della vergine Maria (cfr V 1,7).

 

1531

  • Primavera: Dopo il matrimonio della sorella maggiore, Teresa viene mandata nel collegio delle Agostiniane di Ntra. Sra. Gracia per troncare delle sue avventure galanti con un giovane cugino e sottrarla all’influenza di una parente.
  • L'amicizia con una monaca, Maria de Briceno, le fa riscoprire le verità del vangelo e cadere il timore di diventare monaca.

 

1532

  • Uscendo dal collegio delle Agostiniane, perché ammalata, Teresa si reca a casa dello zio Pedro Sánchez de Cepe­da. Qui, circondata da affetto e cure, matura la sua vocazione religiosa, dichiarandola apertamente al padre nel 1533. Il padre, però, le nega il permesso di entrare in monastero.

 

1535

  • 2 novembre: di nascosto dal padre e accompagnata dal fratello Antonio, Teresa lascia la sua casa per Carmelo dell'Incarnazione, appartenente alla famiglia religiosa eremitica fondata all'inizio del secolo XIII sul monte Car­melo.

 

1536

  • 2 novembre: Teresa veste l’abito carmelitano, iniziando il noviziato.

 

1537

  • 3 novembre: Teresa fa la professione religiosa.

 

1538

  • Autunno: si ammala gravemente e deve lasciare il monastero per essere curata in famiglia.

 

1539

  • Aprile – agosto, il padre la conduce a Becedas: le cure di una guaritrice la portano quasi in fin di vita, forse per disidratazione e una intossicazione.
    A Becedas ha occasione di aiutare spiritualmente un sacerdote:

«Qui il demonio cominciò a turbare la mia anima, anche se Dio seppe trarre da ciò molto bene. C’e­ra un ecclesiastico che risiedeva in quel luogo dove andai a curarmi, di ottima condizione sociale e di grande intelligenza; era anche colto, se pur non eccedeva in cultura. Cominciai a confessarmi da lui, avendo sempre amato le lettere, anche se gran danno spirituale mi arrecarono i confessori semidot­ti in quanto non riuscivo ad averli mai di così buona istruzione come era mio desiderio. […]
Quando dunque cominciai a confessarmi dal suddetto ecclesiastico, egli mi si affezionò molto, per­ché allora, a partire da quando mi ero fatta suora, io avevo poco da confessare in confronto alle col­pe che ebbi in seguito. La sua non era un’affezione sconveniente, ma per il fatto d’essere eccessiva, finiva con il non essere buona. Sapeva bene che non mi sarei indotta per nessun motivo a far nulla di grave contro Dio, e anch’egli mi assicurava lo stesso di sé e così discorrevamo parecchio. Ma allora, immersa in Dio come ero, ciò che mi faceva più piacere era parlare di cose a lui attinenti; e, poiché ero tanto giovane, il costatarlo riempiva di confusione il mio interlocutore il quale, per il grande af­fetto che lo legava a me, cominciò a rivelarmi la rovina della sua anima. E non era poca cosa, perché da quasi sette anni si trovava in una situazione assai pericolosa, avendo una relazione con una don­na di quello stesso luogo; e ciò nonostante continuava a celebrare la Messa. Il fatto era ormai così noto che egli aveva perduto l’onore e la fama, ma nessuno osava redarguirlo. Io ne ebbi molta com­passione, perché lo amavo molto, essendo allora questa la mia grande leggerezza e cecità, di ritenere virtù il serbarmi grata e fedele a chi mi amava.
[…]
Cercai di sapere di più, informandomi meglio presso i suoi familiari; conobbi più a fondo la gravità del suo danno morale, ma vidi che il pover’uomo non aveva tanta colpa, perché quella donna scia­gurata gli aveva fatto alcuni sortilegi mediante un piccolo idolo di rame, che gli aveva raccomanda­to di portare al collo per amor suo, e nessuno era riuscito a farglielo togliere. A dire il vero, io non credo a queste storie dei sortilegi, ma dico quello che ho visto per avvisare gli uomini di guardarsi dalle donne che cercano di adescarli in tal modo
[…].
Non appena seppi questo, dunque, cominciai a dimostrargli più amore.
[…] Di solito gli parlavo di Dio; questo doveva giovargli, ma credo che più utile allo scopo fu il fatto che egli mi amasse molto. Per farmi piacere, invero, si decise a darmi l’idoletto, che io feci gettare subito nel fiume. Appena se ne fu liberato, cominciò – come chi si svegli da un lungo sonno – a ricordarsi a poco a poco di tutto quello che aveva fatto in quegli anni e, spaventato di se stesso, dolendosi della sua perdizione, finì con il detestarla. Nostra Signora dovette aiutarlo molto, perché era molto devoto della sua concezio­ne, la cui ricorrenza era da lui celebrata solennemente. Infine, cessò del tutto di vedere quella don­na, e non si stancava di render grazie a Dio per averlo illuminato. Morì allo scadere esatto di un an­no dal giorno in cui l’avevo conosciuto. […] Sono sicura che egli si sia salvato. Morì serenamente e del tutto fuori di quella situazione; sembra che il Signore l’abbia voluto salvare con questo mezzo» (V 5,3-6).

 

  • 14-15 agosto: dopo un collasso, rimane in stato di morte apparente per quattro giorni; il padre impedisce che si celebrino i funerali:

«Giunse la festa della Madonna di agosto; il mio tormento durava dall’aprile ed era stato assai mag­giore negli ultimi tre mesi. Sollecitai la confessione, perché amavo sempre molto confessarmi spes­so. Pensarono che tale richiesta fosse dovuta alla paura di morire e mio padre non mi lasciò confes­sare per non darmi altro dolore. Oh, esagerato amore della carne che, quantunque si trattasse del­l’amore di un padre cattolico fervente – lo era infatti molto, e la sua non certo ignoranza –, avrebbe potuto arrecarmi un grave danno! Quella notte ebbi una crisi che mi fece restare fuori dei sensi quattro giorni o poco meno. In questo frattempo, mi amministrarono il sacramento dell’unzione e, pensando che spirassi da un momento all’altro, non facevano che indurmi a recitare il Credo, come se io potessi capire qualcosa. A volte, dovettero ritenermi proprio morta, tanto che dopo mi trovai perfino la cera sugli occhi.
Il dolore di mio padre per non avermi fatto confessare era grande; molte le sue lacrime e le sue pre­ghiere. Benedetto sia colui che si degnò di ascoltarle! Quando già da un giorno e mezzo, infatti, nel monastero era aperta la mia sepoltura in attesa della salma, e in un convento dei nostri frati fuori di città era stato celebrato l’ufficio dei defunti, il Signore si compiacque di farmi riprendere conoscenza. Volli subito confessarmi e mi comunicai con molte lacrime; esse, però, a mio giudizio, non proveniva­no solo dal dolore e dal pentimento di avere offeso Dio, il che sarebbe bastato a salvarmi, se non ba­stava il fatto di essere stata tratta in inganno da coloro che mi avevano detto come alcune colpe non fossero peccati mortali, mentre poi ho visto con certezza che lo erano. Continuavo infatti ad avere dolori insostenibili, tanto da perdere spesso la conoscenza, anche se credo di aver fatto una confessione completa»
(V 5,9-10).

 

  • Si riprende, nonostante tutto, ma rimane completamente paralizzata. Chiede di essere ricondotta al monastero, ove rimane immobile per otto mesi e per altri tre anni non riuscirà quasi a muoversi:

«Dopo quei quattro giorni di crisi, rimasi in tale stato che solo il Signore può conoscere gli insosteni­bili tormenti di cui soffrivo: mi sentivo la lingua a pezzi a furia di mordermela, la gola chiusa da sof­focarmi per non aver inghiottito nulla e per la grande debolezza, così che neanche l’acqua poteva passarvi; mi pareva di essere tutta slogata, con un grandissimo stordimento; tutta rattrappita, di­ventata come un gomitolo – perché tale fu il risultato del tormento di quei giorni –, senza poter muovere, se non mi aiutavano gli altri, né piede, né mano, né testa, neanche fossi stata morta; mi pare che potessi muovere solo un dito della mano destra. Per di più non si sapeva come aiutarmi perché tutto il corpo mi doleva tanto da non poter sopportare d’essere toccata. Se mi dovevano spo­stare, mi muovevano in due persone, dentro un lenzuolo, l’una da capo e l’altra da piedi. Rimasi n questo stato fino alla Pasqua di risurrezione. C’era di buono solo il fatto che, quando mi lasciavano in pace, spesso i dolori cessavano, e quel po’ di riposo bastava per farmi credere di star bene, te­mendo che mi dovesse venir meno la pazienza. Perciò fui molto felice quando mi sentii libera da così acuti e continui dolori, anche se i brividi di freddo della quartana doppia, che mi perdurava fortissi­ma, erano insopportabili. Avevo, inoltre, una grandissima nausea.
Sollecitai subito con tanta insistenza il mio ritorno al monastero, che fui ricondotta lì. Così accolsero viva colei che aspettavano morta, ma il corpo era peggio che morto, da far pena a vederlo»
(V 6,1-2).

 

1540

  • Teresa, rientrata in monastero, inizia il lento e faticoso cammino di ripresa che dura circa tre anni.
  • Segue un periodo difficile e oscuro della sua vita che durerà più di dodici anni.
    Teresa, da una parte, pur sembrando esternamente regolare nella frequenza al coro, si rassegna ad una vita me­diocre concedendosi le distrazioni possibili ad una monaca con una notevole frequenza del parlatorio (relazioni con ricchi nobili erano gradite anche per le elemosine che portavano al convento). Per evitare si sentirsi divisa nella preghiera, a causa di tale vita superficiale, trova nella sua cattiva salute motivo per chiudere con la pre­ghiera personale.

 

1542

  • Aprile: Quasi per miracolo, per intercessione di s. Giuseppe, Teresa riesce infine ad alzarsi e camminare nuova­mente.

 

1554

  • Primavera: Teresa si converte grazie alle sue letture e all’incontro casuale con una statua del Cristo “tutto coperto di piaghe”. Lei narra così la sua situazione, l’evento e i frutti di esso:

«Se da una parte le prediche mi erano di grande consolazione, dall’altra mi erano causa di tormen­to, facendomi conoscere che non ero neanche lontanamente quale dovevo essere. Supplicavo il Si­gnore di aiutarmi, ma – a quanto ora mi sembra – doveva farmi difetto il fatto di non riporre tutta la mia fiducia in Sua Maestà e di non perderla totalmente in me. Cercavo rimedi, mi impegnavo con di­ligenza, ma evidentemente non capivo che tutto dà poco profitto se, deposta totalmente la fiducia in noi stessi, non la poniamo in Dio. Desideravo vivere, perché capivo bene di non vivere, ma di lottare contro un’ombra di morte, e non avevo alcuno che mi desse vita, né io potevo procurarmela. Chi po­teva darmela aveva ragione di non soccorrermi, poiché tante volte mi aveva attirata a sé e io l’avevo sempre abbandonato.
Ormai, dunque, la mia anima era stanca e, anche se lo voleva, le sue cattive abitudini non la lascia­vano riposare. Accadde un giorno che, entrando nell’oratorio, vidi una statua portata lì in attesa di una certa solennità che si doveva celebrare in casa e per la quale era stata procurata. Era un Cristo tutto coperto di piaghe, e ispirava tale devozione che, guardandola, mi turbai tutta nel vederlo ri­dotto così, perché rappresentava al vivo ciò che egli ebbe a soffrire per noi. Provai tanto rimorso per l’ingratitudine con cui avevo ripagato quelle piaghe, che pareva mi si spezzasse il cuore, e mi gettai ai suoi piedi con un profluvio di lacrime, supplicandolo che mi desse infine la forza di non offenderlo più. …
Quest’ultima volta, però, l’essermi prostrata davanti alla statua che ho detto lì posta, credo mi abbia giovato di più, perché avevo perduto ogni fiducia in me e confidavo unicamente in Dio. Mi sembra d’avergli detto allora che non mi sarei alzata da lì finché non mi avesse concesso quello di cui lo sup­plicavo. Sono certa di essere stata esaudita, perché da allora andai molto migliorando.
Questo era il mio metodo di orazione: non potendo discorrere con l’intelletto, cercavo di rappresen­tarmi Cristo nel mio intimo e mi trovavo meglio, a mio giudizio, ricercandolo in quei tratti della sua vita in cui lo vedevo più solo. Mi pareva che, essendo solo ed afflitto, come persona bisognosa di conforto, mi avrebbe accolta più facilmente. Di queste ingenuità ne avevo parecchie»
(V 8,12-9,1.3-4).

 

  • Legge in questo periodo anche le Confessioni di sant'Agostino.
  • Cerca di trovare un modo per rispondere fedelmente al Signore anche se non afferra facilmente il modo. Non la­scia mai più la preghiera silenziosa e si concentra sempre più sull’umanità di Gesù Cristo:

«La visione di nostro Signore e la continua comunicazione che avevo con Lui aumentarono di molto il mio amore e la mia fiducia. Comprendevo che se è vero che è Dio, è pur anche uomo, e che, come tale, non solo non si meraviglia della debolezza umana, ma sa pure che questa nostra misera natura va soggetta a molte cadute, per colpa del primo peccato che Egli è venuto a riparare. Benché sia Dio, posso trattare con Lui come con un amico» (V 37,5).

 

1555 - 1558

  • Periodo di lotte interiori fra suggestioni di vita esteriore e vita spirituale più autentica.
  • Si affida alla direzione spirituale di Diego de Cetina sj, poi di Juan de Pradanos e altri Gesuiti: viene aiutata a ri­cominciare un serio e ordinato cammino spirituale.
    Ella scrive in seguito: «Io sono stata allevata dalla Compagnia di Gesù, dalla quale, come suol dirsi, ho ricevuto la vita» (Lettera a p. P. Hernández, 4 ottobre 1578).

 

1556

  • Inizia il periodo della vita mistica, caratterizzata da visioni e grazie straordinarie.

 

1557

  • Incontra per due volte il gesuita Francisco de Borja. Egli mantenne con lei una corrispondenza epistolare per tut­ta la vita (perduta in gran parte) e le diede preziosi consigli per la vita di preghiera. In questa occasione le ridona fiducia e la incoraggia a continuare il suo cammino spirituale.

 

1559

  • Teresa viene praticamente privata di tutti i suoi libri spirituali, ma Cristo la consola dicendole: “Non darti pena, perché io ti darò un libro vivente” (V 37,5).

 

1560

  • 26 agosto: dono della trasverberazione.
    Il racconto è celebre:

“Piacque al Signore che lo vedessi [l’angelo] così: non era grande, ma piccolo e molto bello, con il volto così acceso da sembrare uno degli angeli molto elevati in gerarchia che pare che brucino tutti in ardore divino: credo che siano quelli chiamati cherubini, perché i nomi non me ridicono, ma ben vedo che nel cielo c’è tanta differenza tra angeli e angeli, e tra l’uno e l’altro di essi, che non saprei come esprimermi. Gli vedevo nelle mani un lungo dardo d’oro, che sulla punta di ferro mi sembrava avesse un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, così profondamente che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via, lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio. Il dolore della ferita era così vivo che mi faceva emettere quei gemiti di cui ho parlato, ma era così grande la dolcezza che mi infondeva questo enorme dolore, che non c’era da desiderarne la fine, né l’anima poteva appagarsi d’altro che di Dio. Non è un dolore fisico, ma spirituale, anche se il corpo non tralascia di parteciparvi un po’, anzi molto. È un idillio così soave quello che si svolge tra l’anima e Dio, che supplico la divina bontà di farlo provare a chi pensasse che mento” (V 29,13).

 

1560-1562

  • Fidanzamento spirituale con Cristo.

 

1561

  • Iniziano i primi preparativi per la fondazione del nuovo monastero, con l’aiuto della sorella Giovanna (che, per evitare il diffondersi della notizia della nascita del nuovo monastero, sotto il proprio nome effettua l’acquisto della casa e la sistemazione di essa).

 

1562

  • 7 febbraio: Breve apostolico che autorizza Teresa a intraprendere la fondazione del monastero riformato.
  • 24 agosto: Ottenuto da Roma il Breve di fondazione, posto sotto l’obbedienza del vescovo di Avila, si inaugura il piccolo e povero Carmelo di san José non accettato dal provinciale dell'Ordine Carmelitano.
  • Varcando per la prima volta la soglia del nuovo monastero, Teresa si scalza, in segno della sua scelta di vita pove­ra e penitente, secondo la “Regola primitiva” del Carmelo. Ella inizia a indossare, cioè, le calzature tipiche dei contadini e dei poveri, chiamate alpargatas: suole di corda e tomaia di tessuto grezzo

 

1567

  • Il Priore generale dell'Ordine Carmelitano, Giovanni Battista Rossi si trova in visita canonica ai conventi di Spa­gna e tenta con scarso successo di avviarne la riforma. Incontra Teresa a san José e le concede la facoltà per fondare nuovi monasteri solo in Castiglia.

«Di me dicono che sono inquieta e vagabonda e che le mie fondazioni sono state fatte senza licenza, né del Papa, né del Generale. Pensi lei se potevano affibbiarmi un’accusa più nera e più indegna di una cristiana! [...] Se vuole, gli può far leggere [al confessore del Nunzio F. Sega] le patenti con cui ho fondato i monasteri, una delle quali mi obbliga sotto precetto di non sospendere le fondazioni. Anzi, il Padre Nostro Generale, a cui mi ero rivolta per lettera pregandolo di togliermi quel comando, mi ha risposto esser suo desiderio che fondassi tanti monasteri quanti capelli avevo in testa. Non è giu­sto screditare con calunnie tante serve di Dio» (Lettera a p. P. Hernández, 4 ottobre 1578).

 

  • Teresa pensa già come promuovere la sua riforma anche tra i frati carmelitani.
  • Inizio di ottobre: incontra a Medina fra Juan de santo Matía, studente a Salamanca, futuro Juan de la Cruz.

«Capitò in città un giovane padre, ancora studente a Salamanca; venne come compagno di un altro, il quale mi raccontò cose mirabili del suo genere di vita. Si chiama fra Giovanni della Croce. Io resi lode di ciò a nostro Signore e, dopo avergli parlato, ne rimasi soddisfattissima. Seppi da lui stesso che anch’egli voleva entrare tra i Certosini. Allora gli parlai del mio progetto e lo pregai vivamente di aspettare fino a quando il Signore ci desse un convento. Gli feci osservare quanto meglio sarebbe stato, se voleva condurre una vita più perfetta, che lo facesse nel suo stesso Ordine e quanto avreb­be servito di più il Signore. Egli s’impegnò ad aderire alla mia richiesta, purché non si dovesse tarda­re troppo. Quando vidi che avevo già due frati con cui cominciare, mi sembrò che la cosa fosse or­mai fatta» (Fondazioni 3,17).

 

1572

  • Settembre - Teresa, con mandato del visitatore apostolico, fa venire fra Juan de la Cruz come confessore delle monache dell'Incarnazione.
    Ovviamente per l'Ordine questa doppia giurisdizione (priora e confessore) imposta, rimane una ferita aperta. In mancanza di un convento, Juan de la Cruz, viene ospitato, in compagnia di Germano di San Mattia, in una picco­la casa vicina al monastero, soluzione del tutto inconsueta e ai limiti del diritto canonico del tempo.
  • Il 15 novembre Teresa riceve la grazia del "matrimonio spirituale".
    Descrive così l’avvenimento:

«Mentre ero nel monastero dell’Incarnazione, il secondo anno del mio priorato, durante l’ottava di san Martino, nel momento in cui stavo per comunicarmi, il padre fra Giovanni della Croce, che mi dava il santissimo Sacramento, divise l’ostia per farne parte a una consorella. Pensai che non lo fa­cesse per mancanza di particole ma per mortificarmi, perché gli avevo detto che mi piacevano molto le ostie grandi, pur sapendo che ciò non ha importanza, dal momento che il Signore è tutto intero anche in un minimo frammento. Ed ecco che Sua Maestà mi disse: «Non temere, figlia mia, che alcu­no possa esser causa di separarti da me», facendomi così intendere che la cosa era priva d’impor­tanza. Mi apparve allora mediante visione immaginaria, come altre volte, nel più intimo dell’anima, e, porgendomi la mano destra, mi disse: «Guarda questo chiodo: è il segno che da oggi in poi sarai mia sposa. Fino a questo momento non l’avevi meritato; d’ora in avanti avrai cura del mio onore, non solo perché sono il tuo Creatore, il tuo Re e il tuo Dio, ma anche perché tu sei la mia vera sposa: il mio onore è ormai il tuo, e il tuo mio». L’effetto di questa grazia fu così grande che non riuscivo a stare in me; rimasi come un’insensata e pregai il Signore o d’ingrandire la mia piccolezza o di non farmi più grazie così eccelse, perché mi sembrava proprio che la mia natura non potesse sopportar­le. Passai il resto del giorno profondamente assorta. In seguito ho sentito di averne tratto un grande beneficio, e si sono accresciuti la mia confusione e il mio dolore nel costatare che non ricambio in nulla così grandi favori» (Relazione spirituale 35).

 

1582  

  • 20 gennaio, Granada: viene fondato il monastero, dopo molte difficoltà e lotte, ad opera di Ana de Jesús.
  • 19 marzo, Burgos: partita da Avila il 2 gennaio, accompagnata dalle monache fondatrici e da padre Gracián Tere­sa arriva a Burgos il 26 gennaio, dopo un viaggio pieno di peripezie e di disagi.
    Il gruppo deve trasferirsi in alloggi provvisori perché il Vescovo, dopo aver dato in un primo tempo un permesso verbale, non vuole più saperne delle Carmelitane e solo nell'aprile successivo autorizzerà la fondazione.
    La casa nella quale le monache si installano, è però troppo vicina al fiume e durante una terribile alluvione Tere­sa e le sue compagne rischiano seriamente di morire annegate.

«Per quanto mi ricordo, non ho mai tralasciato una fondazione per paura dei travagli, benché i viag­gi mi ripugnassero assai, specialmente se lunghi. Appena mi mettevo in cammino, pensavo a Colui nel cui servizio faticavo, alle lodi che nel nuovo monastero Egli avrebbe ricevuto e al SS. Sacramento che vi sarebbe stato riposto, e in tal modo tutto mi diventava leggero. È una gioia per me vedere una chiesa di più! Pensando alle molte che i luterani distruggono, non so che fatiche si debbano te­mere – per gravi che siano – di fronte al bene che ne deriva alla cristianità. Se troppi dimenticano che Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, risiede in tanti luoghi nel SS. Sacramento, ciò non toglie che questa verità debba formare la nostra più viva consolazione» (Fondazioni 18).

 

  • il 20 settembre alle sei di sera Arriva ad Alba, sfinita, e si mette a letto per non rialzarsi più.

I testimoni raccontano:
«Avvicinandosi la morte, padre Antonio le chiese se desiderava che il suo corpo fosse trasportato ad Avila, dove aveva la sua casa. La domanda parve deluderla: “E perché dunque, padre? Ho una casa mia? Non mi faran­no qui la carità di un po’ di terra?”
Le portarono il viatico. Quando vide entrare il Santissimo, si levò sul letto con grande vigore e un visibile fervore. Poi disse: “Signore mio e Sposo mio! Ecco giunta alfine l’ora tanto desiderata! È tempo ora di riunirci. È il momento di metterci in viaggio; meno male! Sia fatta la vostra volontà, è tempo per me di lasciare questo esilio. Vi rendo grazie vivamente di avermi fatto figlia della vostra Chiesa e di farmi morire nel suo seno. Infine, Signore, sono figlia del­la Chiesa!”
Le suore le chiesero ancora di dir loro qualcosa prima di lasciarle. Ella rispose: “Figlie mie e signore, vi chiedo, per amor di Dio, di osservare con la cura più grande le vostre Regole e Costituzioni. Non guardate al cattivo esempio che vi ha lasciato quella cattiva monaca che sono e perdonatemi, per amor di Dio”.
Fino agli ultimi istanti pregò con una devozione profonda: “Ti rendo grazie, Dio mio, Sposo dell’anima mia, di avermi fatta figlia della tua santa Chiesa cattolica”. Furono le sue ultime parole» (da: J. Gicquel (ed.), I fioretti di Teresa d’Avila, Roma, ed. Città nuova, pp. 145-146).

È il 4 ottobre, alle nove di sera. Teresa de Jesús ha 67 anni.

«Le sue ultime parole sono quasi un compendio della sua vita: desidero di vedere Dio […] viva coscienza della propria miseria […] senso di filiale appartenenza alla Chiesa» (T. Alvarez).

 

1614  

24 aprile: Teresa de Jesús è beatificata da Paolo V.

 

1622 

12 marzo: Teresa de Jesús è canonizzata da papa Gregorio XV, insieme con Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Filippo Neri e Isidoro di Madrid l’agricoltore.

 

1970

27 settembre: con la Lettera Apostolica Multiformis Sapientia Dei, Paolo VI la proclama, prima tra le donne, Dottore della Chiesa:

«Noi non dubitiamo doverla proclamare dottore della Chiesa, prima fra le donne, specialmente per la sua co­noscenza e dottrina delle cose divine. Abbiamo infatti fiducia e confidiamo che Teresa di Gesù, dichiarata con solenne decreto maestra di vita cristiana, stimoli fortemente anche gli uomini del nostro tempo a coltivare soprattutto ciò che favorisce l'amore dell'anima verso la contemplazione e il conseguimento delle cose celesti».

 

«Nella storia della spiritualità cristiana Teresa d'Avila rappresenta un indice puntato verso il mistero di Dio, che a lui guida mostrando il suo cammino interiore. La grandezza di questa donna, più che nei fenomeni straordinari o nei suoi atti eroici, si misura nella fedeltà quotidiana a Dio, recitando bene la parte che egli le ha assegnato nell'immenso disegno della storia umana, facendo della sua vita un canto d'amore che inneggia alle meraviglie da Dio compiute nel suo intimo. Non solo; esprime altresì quell'anelito, connaturale all'uo­mo, a una pienezza di vita in Dio: testimonia cioè quell'aspirazione a una vita intradivina più intima e per­sonale da sperimentare nel segreto del proprio cuore, ove la conoscenza viene purificata, perché lo sguardo sia capace di sopportare la luce del mistero». (L. Borriello e Giovanna della Croce)