La Serva di Dio Sr. Teresa di Gesù (al secolo Gimma), del monastero S. Teresa, delle Carmelitane Scalze di Bari, visse l’esperienza della resistenza, fino al 12 luglio 1920 (il 13 luglio dovette lasciare il monastero di S. Giuseppe in Bari), e della resa, dal 13 luglio 1920 al 30 novembre 1948, facendo di questo percorso umano, ancora così  poco scandagliato e spesso addomesticato, il suo vero e profondo itinerario verso l’obbedienza ecclesiale e l’intima unione con Dio.

 

1. Cari fratelli e sorelle, vorrei proprio iniziare da una verità della nostra fede, che proclamiamo nel Simbolo apostolico, quando diciamo: «Credo … la comunione dei santi».

Il Concilio Vaticano II ci dona un insegnamento profondo al riguardo: «non veneriamo la memoria dei santi solo a titolo di esempio, ma più ancora perché l’unione di tutta la Chiesa nello Spirito Santo sia consolidata dall’esercizio della carità fraterna. Poiché come la cristiana comunione tra coloro che sono in cammino ci porta più vicino a Cristo, così la comunione con i santi ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso popolo di Dio» [Lumen gentium 80].

 

Esiste, dunque, una reale vita in comune che noi condividiamo con tutti coloro che ci hanno preceduto nel cammino della fede: la vita di Cristo in noi, per la grazia battesimale, è la stessa vita che è in loro. Questa grazia di inabitazione e diconfigurazione cristica è dono di Dio  Padre, ma è impastata, in tutti i credenti, dallo Spirito Santo che la rende grazia unitiva, facendo una sola vita di tutti, saldando le esistenze credenti.

 

Il rapporto fra ciascuno di noi e coloro che sono in Dio è quindi molto più profondo del rapporto che condividiamo con gli uomini e donne con cui conviviamo nella stessa città o nella stessa famiglia. La Chiesa ama celebrare questa comunione e partecipazione dei suoi figli e con i suoi figli, perché l’unione viva con loro è la sua stessa vita, sono parte di se stessa.

 

L’incontro con gli scritti spirituali di Sr. Teresa di Gesù (Gimma) sono una opportunità per abitare più profondamente la traccia interiore di questa carmelitana scalza, rappresentano un valido strumento per illuminare la storia di questa donna, servono a maturare un senso più perspicace del mistero della Chiesa.

 

2. Suor Teresa di Gesù (Gimma), appartiene a quella compagine di testimoni della fede che la teologia cattolica contemporanea indica col nome di martiri bianchi.

 

Non stupisca questa affermazione applicata alla vita di Sr. Teresa in quanto, a mio modo di vedere, occorrerebbe rivisitare, proprio a partire da questa categoria, quello che accadde nel “secondo tempo” dell’ esistenza terrena di questa nostra sorella, più precisamente quello che va dal 13 luglio 1920 al 30 novembre 1948, tentando di venir fuori dalle letture storico-interpretative date fino a questo momento.

 

Chi sono i martiri bianchi? Che cosa significa esserlo? Perché alcuni testimoni della fede sono chiamati in questo modo?

 

Sicuramente abbiamo un’idea abbastanza chiara su chi sono i martiri rossi; le cronache riferiscono oramai quotidianamente sulle morti di quanti periscono nella loro qualità di testimoni di Cristo, di quanti, in tutto il mondo, vengono barbaramente uccisi perché cristiani. Questa schiera di testimoni li definiamo martiri rossi.

 

Ora, la prima cosa da non fare, volendo definire il martirio bianco, è quella di legarlo a fatti ed esperienze fuori dell’ordinario, ad esperienze di violenze fisiche e a persecuzioni violente.

 

Una "morte" lenta ed anonima attende i martiri bianchi, una "morte" che non lascia neanche l'aura della gloria ma l'ombra del sospetto, della calunnia. Non c'è onore nel martirio bianco, c'è solo coerenza e fede nel Nazareno. La vita del martire bianco non scuote le coscienze perché viene nascosta ed infangata, tuttavia è un percorso meritorio agli occhi di Dio perché ricorda il silente lavoro dell'operaio nella vigna del Signore. Ma quanta fatica! E' un quotidiano stillicidio, una tortura giornaliera, una vessazione continua.

 

La vicenda di Sr. Teresa di Gesù (Gimma) mi induce a pensare che la sua esistenza è stata come un “martirio bianco" perché non con il sangue, ma portando il peso di scelte altrui, accolte con fede, obbedienza ecclesiale e senso filiale, ha pagato il prezzo, tra resistenza e resa, di testimoniare Cristo crocifisso.

 

Il martire bianco è colui che porta ad una perfezione tale quella stessa fede che è in ognuno di noi, che per lui il mondo diviene la realtà in cui vive abitualmente nell’intima comunione con la SS.ma Trinità (confessio Trinitatis).

 

Da questo promana una conseguenza assai importante. Il martire bianco, cioè colui che ha avuto il dono di un’esperienza di fede particolare, diventa guida di tutti i suoi fratelli e sorelle: con la sua stessa presenza e, non raramente, come nel caso di Sr. Teresa di Gesù (Gimma), anche con i suoi scritti.

 

È guida perché testimonia che nella vita non siamo solo noi a decidere, ma ci sono situazioni, umanamente incomprensibili, in cui altri decidono per noi perché esercitano un potere istituzionale o affettivo, psicologico o di contraccambio. Questa esperienza, che ho definito di “resa”, nel caso di Sr. Teresa di Gesù (Gimma) non si configura come una forma di vita passiva, né come debolezza, ma assume i caratteri della “consegna”, dell’auto-consegna.

 

Sr. Teresa (Gimma), da questo punto di vista, è coscienza critica della nostra città attraversata, all’indomani della prima grande guerra mondiale, da problemi sociali, economici ed umani, dalla forte ondata massonica ed anticlericale, dalla volontà della Chiesa cattolica di affermare la verità e la sua rilevanza storica e, nel nostro caso specifico, dalla determinazione, da parte della famiglia Gimma, che gestiva un ingente patrimonio ed annoverava nel suo albero genealogico uomini di cultura e di fede, personalità di prestigio e di rilevanza pubblica, di non lasciare scomparire il prestigio del proprio casato.

 

3. Sr. Teresa (Gimma),  infine, è una donna: appartiene a quella straordinaria schiera di donne che hanno segnato la storia della Chiesa e della città di Bari nel secolo ventesimo, come Elia di S. Clemente e Bina Morfini, per limitarmi a qualche nome. Esiste qualcosa che le accomuna, oltre alla loro appartenenza spirituale al Carmelo, così che si possa parlare di una presenza propriamente al “femminile” nella vita della Chiesa particolare da parte di queste donne?

 

Ai piedi della Croce, sulla quale il corpo fisico di Gesù era devastato dalla sofferenza, c’erano Maria ed alcune donne (Gv 19,25). Furono loro a prendersene cura dopo che fu staccato dal legno.

 

Prendersi cura” del Corpo Mistico di Cristo che è la Chiesa, forse è questo il grande carisma di ogni donna cristiana ed il proprium al femminile nella vita della Chiesa che ricercavamo: pensiamo a Teresa di Gesù nella situazione della Chiesa e della Spagna pre-tridentina, a Teresa di Gesù Bambino nella Francia della post-rivoluzione, a Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) nella Germania nazista, alla Serva di Dio Sr. Teresa Gimma nell’Italia massonica ed anticlericale del XIX e XX secolo.

 

Il “prendersi cura” si è configurato, inoltre, come unione mistica di queste donne con Cristo, una unione trasformante, loro in Lui e con Lui, che le ha rese capaci di assumere su di loro tutto il mondo, tutto il peccato e le divisioni del mondo. La donna-mistica che vive questa cittadinanza, la vive prendendosi cura di ogni miseria, in Cristo, restando “davanti a Dio per tutti” (Edith Stein).

 

Cari fratelli e sorelle, ringraziamo e lodiamo il Signore per aver dato Sr. Teresa Gimma alla nostra Chiesa di Bari-Bitonto. La sua intercessione ci ottenga di varcare veramente, “la porta della fede” (At. 14,27), intraprendendo il cammino “verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza” (Benedetto XVI, Porta fidei, n.2).