L'Anno della Vita Consacrata è stato pensato da Papa Francesco nel contesto del 50° anniversario della Costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa e del Decreto conciliare “Perfectae caritatis”, sul rinnovamento della vita consacrata.

 

Dentro questo orizzonte ecclesiologico conciliare, le persone consacrate hanno intrapreso un non facile cammino di rinnovamento, tra luci ed ombre, tentando una effettiva riforma a partire da quanto loro richiesto: fedeltà al Signore, alla Chiesa, al proprio carisma e all'uomo di oggi (cf. PC 2).

 

Oggi, quasi a conclusione di questo percorso di rinnovamento, nel contesto generale della “riforma della Chiesa”, Papa Francesco chiede ai consacrati un’ulteriore sforzo, quello di non «avere paura di lasciare gli “otri vecchi”: di rinnovare cioè quelle abitudini e quelle strutture che, nella vita della Chiesa e dunque anche nella vita consacrata, riconosciamo come non più rispondenti a quanto Dio ci chiede oggi per far avanzare il suo Regno nel mondo».

 

Su questa coordinata profetica di una “Chiesa in uscita” (EG 24), in condizione di “intimità itinerante” con Gesù (EG 23) e in stato di “comunione missionaria” (EG 23), il Pontefice ha fissato gli stessi obiettivi dell’Anno della Vita consacrata: «Vogliamo che sia un’occasione per fare “memoria grata”» di questo recente passato, intendendo la fase post-conciliare; «Vivere il presente con passione», con un cuore innamoramento, capace di vera amicizia e di profonda comunione con Dio; «Abbracciare il futuro con speranza», ossia nella consapevolezza che il momento presente non è solo delicato e faticoso, ma è anche un’opportunità da non sciupare, prendendo le distanze dai “profeti di sventura che proclamano la fine o il non senso della vita consacrata nella Chiesa dei nostri giorni” (Benedetto XVI, Omelia nella Festa della Presentazione di Gesù al tempio, 2 febbraio 2013).

 

Un anno, quindi, da vivere non nell’autoreferenzialità o da trascorrere al margine della vita e della riforma della Chiesa perché la natura profetica della vita consacrata impone, dinanzi al mondo e nel cuore stesso della Chiesa, una evidente responsabilità: quella di “svegliare il mondo”.

 

Come svegliarlo? Facendo memoria ed attualizzando il fatto che la vita consacrata porta, nella sua intima natura, la ministerialità dell’abbraccio: quello di Dio e quello della fraternità; una vocazione-missione in grado di fare compagnia all’umanità, ponendo in sinergia la tenerezza avvolgente di Dio e la capacità umana di affondare le radici nella terra fertile della storia del proprio popolo, come se fossero due mani che si prendono cura dell’umanità (Ireneo, Adversus haereses, IV, 7,4).

 

Il soggetto sacramentale, il corpo che sviluppa questo abbraccio è e resta la Chiesa, di cui le consacrate e i consacrati sono parte, mentre il luogo dove questo abbraccio accade è la vita degli uomini, le “periferie della storia”. E’ su questo terreno concreto che l’uomo fa esperienza del “padre misericordioso” (Lc 15, 11-32) e incontra il “buon pastore” (Gv 10, 1-21), quel Dio in “uscita” che si prende cura dell’uomo ferito (Lc 10, 25-37), di colui che ha “scantonato” (don Milani) e rischia di perdersi nella sua solitudine, ammantandolo di tenerezza.

 

Tutta la Chiesa, in particolare i consacrati e le consacrate, alla scuola del Vangelo e dei carismi, devono essere profezia di questa tenerezza che incontra l’uomo (Gv 1, 14), ricordando all’umanità che la tenerezza non è debolezza ma balsamo nei solchi della carne degli uomini, segno di una vita bella sbocciata nei cuori pacificati, evidenza della civiltà dell’amore (B. Paolo VI).

 

Le consacrate e i consacrati, eredi di grandi santi che hanno fatto la storia del Cristianesimo, sono chiamati ad essere, alla loro scuola, profezia che “ripara” la Chiesa e la società (Fonti francescane 1334), che trasforma il potere in servizio, il possesso in custodia, capaci di intraprendere il cammino dell’esodo del popolo, camminando umilmente in mezzo ad esso, operando scelte controcorrente, lasciandosi affascinare da una lettura più semplice del Vangelo, prendendosi cura della drammatica violenza subita dagli amici più intimi di Dio, i poveri.

 

Solo l’amore osa, solo l’amore mette a soqquadro le sicurezze personali e di sistema, solo l’amore libera dall'autosufficienza che blinda le esistenze e le relazioni, solo l’amore decentra, facendo vivere oltre il proprio io. Questa è la vita bella di ogni battezzato, di ogni consacrato/a che “esce” da se stesso e impara a stare alla “sequela” di Gesù, impara ad abitare le “periferie” dove ci si può perdere, ma dove si impara anche a farsi compagnia incontrando gli ultimi, quel “sub-umano” che in verità è avamposto dell’umanità, profezia per il mondo, eucaristia per il mondo.

 

Questa è la verità: dalla frontiera dell’umano, sul bordo della “siepe… mirando, interminati Spazi di là da quella, e sovrumani Silenzi, e profondissima quiete” (Giacomo Leopardi, L’infinito), o venendo “dalla fine del mondo” (Papa Francesco) si diviene capaci di vedere la condizione degli uomini, ma anche di vedere l’Oltre, perché l’escatologia -l’intima unione con Dio- non appartiene a coloro che saltano l’umano, ma a chi impegna tutta la vita a frequentare i solchi dell’umanità ferita. Le “periferie”, in questo senso, non sono “margine”, sebbene possano trovarsi al margine, ma rappresentano il cuore della realtà e dell’uomo, il cuore stesso della Chiesa e l’anticipazione delle realtà future (Mt 25, 31-46). Comprendiamo allora perché l’anima profetica del monachesimo consista proprio nel “mettersi ai margini” per custodire “la grazia a caro prezzo”, diventando «una protesta vivente contro la mondanizzazione del cristianesimo, contro la riduzione della grazia a merce a poco prezzo» (D. Bonhoeffer, Sequela). Questa è la vera “rivoluzione”, non solo sociale, ma soprattutto antropologica e teologale: avere uno sguardo aperto sul futuro buono di Dio, perché non è un mondo che sta morendo, ma un nuovo mondo che sta nascendo.

 

Certo, la vita consacrata in Italia, come in Europa, vive una fase di progressivo invecchiamento e di costante perdita di rilevanza sociale, fattori che segnano lo slancio missionario e il morale dei suoi membri, ma “senza questo segno concreto, la carità che anima l’intera Chiesa rischierebbe di raffreddarsi, il paradosso salvifico del vangelo di smussarsi, il <sale> della fede di diluirsi in un mondo in fase di secolarizzazione” (Paolo VI, Evangelica testificatio, 3). Pertanto, rimane fondamentale che le consacrate e i consacrati, sebbene ridotti numericamente, continuino ad essere traccia dell’Assoluto in un mondo che tenta di cancellare ogni traccia di Dio dal vissuto collettivo e pubblico, come dall’interiorità dei cuori, che continuino a testimoniare profeticamente la dedizione a favore dei poveri.

 

In verità la debolezza o la minorità, che solitamente è vista come condizione che rende inabili al servizio, quando vissuta evangelicamente non manca di essere feconda e creativa, perché non c’è nulla di più fecondo nella vita secondo lo Spirito di quando “non c’è nulla” (san Giovanni della Croce), quando la relazione tra Dio e l’uomo è segnata essenzialmente da un “cuore rivolto senza posa verso il Signore” (san Francesco, Rnb XXII, 19; Os. 2, 16), partendo dal quale Dio si fa creatore e sposo (Os. 2, 20-21), l’unico che basta veramente (santa Teresa d’Avila, Poesia 9).

 

La Presentazione di Gesù al tempio, icona della vita consacrata, è segnata proprio dalla fecondità di due cuori innamorati, quelli della famiglia di Nazaret, che diventano cuori capaci di custodire e ammantare, in un unico abbraccio, l’umanità e la divinità di Gesù. Amanti del silenzio e del tempo prolungato, custodiscono nell’intimo tutto quello che di Dio non capiscono subito. Diventano discepoli di Gesù un po’ per volta, quasi mendicando Dio, e, allo stesso tempo, mettendosi in viaggio verso gli uomini, sperimentando “in Gesù Cristo il nuovo umanesimo”.

 

La 19° Giornata della Vita consacrata, è occasione per rinnovare la stima e la gratitudine a tutte le consacrate e ai consacrati per quello che sono e testimoniano nel cuore stesso delle Chiesa e del mondo, con le parole accorate di Papa Francesco: “Invito voi, Pastori delle Chiese particolari, a una speciale sollecitudine nel promuovere nelle vostre comunità i distinti carismi, sia quelli storici sia i nuovi carismi, sostenendo, animando, aiutando nel discernimento, facendovi vicini con tenerezza e amore alle situazioni di sofferenza e di debolezza nelle quali possano trovarsi alcuni consacrati, e soprattutto illuminando con il vostro insegnamento il popolo di Dio sul valore della vita consacrata così da farne risplendere la bellezza e la santità nella Chiesa” (Papa Francesco, A tutti i consacrati, III, 5).

 

 

Luigi Gaetani, OCD

                                                                                                    Presidente CISM